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    Chirurgia moderna

    Chirurgia moderna

    È stato definito il secolo della chirurgia perché in quest’arco di tempo avvennero due scoperte, quella dell’anestesia e quella dell’antisepsi che segnarono la svolta fondamentale della sua storia. In soli cento anni, la medicina raccolse i frutti che avevano seminato il fervore scientifico del Rinascimento e dell’Illuminismo.

    Il momento iniziale di questa rivoluzione si può fissare nell’anno 1761, quando Giovanni Battista Morgagni (1682-1771) pubblica de sedibus et causis morborum per anatomen indagati. Il medico, allievo e poi collaboratore di Antonio Maria Valsalva, con il quale perfezionò la tecnica autoptica. Chiamato in cattedra all’Università di Padova poco più che trentenne arricchì la propria esperienza compiendo scoperte rilevanti in campo anatomico.

    Frontespizio dell’opera di Morgagni

    Egli individuò la relazione tra la malattia, caratterizzata da una causa ed una sintomatologia specifica (causis morborum), e l’organo malato (de sedibus), dimostrandola attraverso l’esame autoptico (per anatomen indagatis). È la confutazione rigorosa della teoria umorale di Ippocrate e Galeno.

    Rudolf Virchow, che quasi un secolo dopo con i suoi studi sulla patologia cellulare le darà la spallata definitiva, riconosce in Morgagni il padre dell’anatomia patologica.

    Una volta dimostrato il rapporto tra organo e malattia la scienza si rivolge ora alla ricerca delle cause che la determinano: alla eziologia e con essa alle possibilità di curarla, alla terapia causale. Conoscere la causa di una malattia significa infatti avere la possibilità di aggredirla con una terapia mirata, ma anche evitarla o quanto meno prevenirla, almeno nella maggior parte dei casi.

    La chirurgia trarrà grandi benefici da queste scoperte ma ancora a metà dell’Ottocento la situazione appare complessa.

    Florence Nightingale

    Nel 1854 Florence Nightingale, come riferisce nelle sue memorie, sbarcando a Scutari fu colpita da un odore ripugnante che diventava sempre più forte man mano che si avvicinava all’ospedale dove erano ricoverati i soldati feriti o ammalatisi durante la guerra di Crimea. La scena che si presentò ai suoi occhi fu orribile. I pazienti si dividevano in poche brande sistemate in camere buie e umide, ma la maggior parte di essi giaceva sul pavimento ricoperto di terriccio e paglia, sommerso dal sudiciume.

    Le ferite, coperte da bende imbrattate di sangue e di pus maleodorante, emanavano un odore sgradevole ma il fetore proveniva soprattutto da quelle colpite dalla gangrena. Temuta perché quasi sempre fatale nonostante il tentativo di evitarla con l’amputazione degli arti colpiti.

    Erano le condizioni usuali in cui versavano gli ospedali di guerra in cui, ancora e come accadeva da sempre, i chirurghi militari cercavano di lottare contro il nemico invisibile, l’infezione. Ma anche nei grandi ospedali civili la situazione, anche se migliore, non era diversa.

    John Collins Warren

    Nel 1846 erano numerosi gli studenti che giungevano a Boston per fare tirocinio presso uno dei più grandi ospedali dell’occidente, il Massachusetts General Hospital. Molti di loro interessati alla chirurgia, ma anche tanti spinti solo dalla curiosità (la stessa che attirava anche estranei e cronisti, e proprio a costoro dobbiamo la descrizione accurata degli avvenimenti che ricorderemo), aspettavano con ansia le sedute operatorie del famoso John Collins Warren professore di Anatomia e Chirurgia presso quella Università.

    Non trovavano affatto strano che solo a pochi metri di distanza, Warren, in redingote e a mani nude, intervenisse su pazienti svegli, atterriti, immobilizzati dai suoi nerboruti assistenti. Anzi ne apprezzavano il temperamento autoritario e la freddezza con cui operava senza anestesia quei malcapitati, insensibile al loro strazio. Erano i requisiti richiesti a chi voleva praticare la chirurgia e già Celso, ben 1500 anni prima, li aveva indicati come doti caratteriali indispensabili in quella professione.

    Ignaz Philipp Semmelweis

    Ignaz Philipp Semmelweis (1818-1865), professore di ostetricia e ginecologia presso la Clinica Ostetrica di Vienna Semmelweis era colpito dalle numerose puerpere che morivano dopo il parto a seguito di una malattia conosciuta come febbre puerperale e stupito per il fatto che nel suo reparto universitario la frequenza dei decessi era significativamente più alta rispetto a quella dell’attiguo reparto ospedaliero in cui operavano soprattutto ostetriche.

    Una serie di circostanze fortuite, ma che Semmelweis riuscì a cogliere e a collegare tra loro, gli consentirono di intuire la verità.

    Era usanza del suo reparto che i medici e gli studenti al mattino si recassero in sala settoria a eseguire l’esame autoptico sulle puerpere decedute e successivamente salissero in corsia per visitare le partorienti. Lo facevano naturalmente senza cambiarsi di abito e senza disinfettarsi le mani. Il concetto di infezione e quindi di disinfezione era di là da venire (la relazione eziologica tra

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